5 cose da sapere sull’accordo sul clima di Parigi

5 cose da sapere sull’accordo sul clima di Parigi

I colloqui sul clima delle Nazioni Unite organizzati a Parigi si sono conclusi con un accordo tra 195 paesi che affronta il riscaldamento globale. L’accordo sul clima è insieme storico, importante e… inadeguato. Da se sia sufficiente ad evitare cambiamenti climatici pericolosi fino all’inaspettata vittoria per le nazioni più esposte, ci sono cinque cose su cui porre attenzione per capire quello che è stato appena concordato alla Cop21.

1. Si tratta di un evento epocale, che cambierà il mondo

La cosa che colpisce di più dell’accordo è che ce n’è uno solo. Per tutti i Paesi, siano superpotenze o ricche città-stato, posti che contano solo sui combustibili fossili o fragili isole, il fatto che tutti siano d’accordo nel raccordarsi su una azione di livello globale sul cambiamento climatico è sorprendente.

E non sono solo belle parole. Ogni accordo sostanziale deve prevedere almeno quattro elementi. Innanzitutto, è necessario avere un obiettivo comune, che ora, a Parigi, è stato definito. L’accordo prevede che le parti mantengano le temperature “ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli pre-industriali e di proseguire gli sforzi per limitare l’aumento della temperatura ad un 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali”.

In secondo luogo, viene richiesto di coordinare riduzioni delle emissioni di anidride carbonica e degli altri gas ad effetto serra scientificamente credibili. L’accordo è qui in parte astratto, ma indica che le emissioni dovrebbero raggiungere il picco “il più presto possibile” per poi essere rapidamente ridotte. Il passo successivo è quello di «raggiungere un equilibrio tra le emissioni di origine antropica alle fonti e l’assorbimento dei gas a effetto serra tramite pozzi nella seconda metà di questo secolo, sulla base di un principio di equità…»

In terzo luogo, siccome gli attuali impegni di riduzione delle emissioni implicano un riscaldamento di circa 3°C rispetto ai livelli pre-industriali, ci deve essere un meccanismo per portare i Paesi da quanto sta succedendo oggi alle zero emissioni. Ci saranno opportune valutazioni ogni cinque anni e “gli sforzi di tutte le parti vedranno un incremento nel corso del tempo”, che significa che, ad ogni passo, i Paesi dovranno aumentare i loro livelli di riduzione delle emissioni rispetto agli accordi di oggi.

Infine, tutto questo significa che i Paesi sviluppati avranno bisogno di spostarsi rapidamente dall’energia prodotta dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili. Ma la sfida è ancora più grande per i Paesi in via di sviluppo: essi infatti dovranno scavalcare in un sol passo l’età dei combustibili fossili. Naturalmente avranno bisogno di fondi per farlo e una parte fondamentale dell’accordo prevede 100 miliardi di dollari l’anno fino al 2020, e di più dopo il 2020.

C’è molto da amare di questo accordo: dà un obiettivo comune al fine di evitare i peggiori impatti dei cambiamenti climatici; i tagli complessivi delle emissioni indicati sono ragionevolmente credibili; esiste un meccanismo per aumentare i tagli delle emissioni di ogni Paese nel corso del tempo verso lo “net zero”; si sono posti finanziamenti per aiutare i Paesi più poveri a sfruttare la potenza del sole, del vento e delle onde anziché utilizzare carbone, petrolio e gas. L’accordo di Parigi fornisce una tabella di marcia per fare uscire il mondo dalla pericolosa dipendenza dall’energia prodotta con i combustibili fossili.

2. Non è sufficiente per evitare pericolosi cambiamenti climatici
3. Dovremo rimuovere l’anidride carbonica dall’atmosfera
4. Aspettatevi cambiamenti generali di politica
5. I Paesi più esposti del mondo hanno posto al centro le loro questioni

 

Fonte: The Conversation

Data: Dicembre 2015

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