Come si può vivere in un mondo post-carbonio

Come si può vivere in un mondo post-carbonio
1. Utilities cooperative e comunitarie

Essendo un insieme di isole vulcaniche, le Hawaii non hanno carbone e gas naturale prontamente disponibili per generare elettricità. Per generare elettricità, lo stato dipende dal petrolio, spedito via cisterne. Nel 2002, la Kaua’i Island Utility Cooperative (KIUC) è diventata la prima e unica utility dello Stato che si proponesse di risolvere il problema energetico.

A quel tempo, per le loro esigenze energetiche, i residenti di Kaua’i erano per il 92 per cento dipendenti dal petrolio e pagavano le bollette dell’energia elettrica più salate del paese. Questa dipendenza dal petrolio è stata un grosso problema: in alcuni anni, le importazioni di petrolio sono costate all’isola quasi 100 milioni di dollari.

L’energia rinnovabile è stata invocata dai cittadini che volevano bollette più basse e, allo stesso tempo, erano preoccupati per l’ambiente. “La gente era stanca del petrolio”, ha detto Jim Kelly, responsabile della comunicazione della cooperativa. “È stato nostro compito tagliare il cordone e non essere alla mercé della fornitura di petrolio“.

KIUC ha lavorato per realizzare questo riducendo la dipendenza dai combustibili fossili, risparmiando denaro, mantenendo posti di lavoro e risorse tecniche sull’isola. Nel momento in cui il solare, gli investimenti in biomassa e idroelettrico hanno avuto effetto, l’uso di combustibili fossili è così sceso ad appena il 60 per cento. Grazie a questo, le bollette energetiche dovrebbero scendere di almeno il 10 per cento nei prossimi 10 anni, anche se i prezzi del petrolio aumentassero. Idealmente, ha detto Kelly, un maggiore affidamento sulle fonti rinnovabili porta con sé tariffe più stabili, indipendentemente da ciò che accade al costo del petrolio.

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2. Una bicicletta elettrica

Il ciclismo aiuta le persone a migliorare la propria salute ma aiuta anche la salute dei quartieri.

Gli studi dimostrano che le infrastrutture ciclo-friendly hanno effetti positivi sulle economie locali. Quando le persone vanno in bicicletta, sono in grado di connettersi meglio e fare affari nelle loro comunità. Ma per molte persone, lo sforzo di salire su una bicicletta li trattiene. Sudare e far fatica a salire colline o ponti sono una barriera.

L’e-bike può essere la soluzione.

Pensiamo alle auto ibride ed applichiamo lo stesso concetto alla bicicletta. A seconda dell’e-bike, è possibile controllare il motore sia attraverso un pulsante o basandosi sulla forza con cui si pedala. Gli utenti hanno il vantaggio di poter contare su una maggiore potenza, ma anche sulla pura gioia di andare in bicicletta.

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3. I cereali perenni

Vivere su base locale richiede un’agricoltura più vicina a casa, ma i metodi dell’attività agricola, specialmente quando si tratta di cereali, sono una sfida. Grano e mais sono coltivati negli Stati Uniti su vaste superfici, campi ininterrotti lontani dai centri urbani.

I cereali sono una parte essenziale della nostra dieta: il 70 per cento delle nostre calorie provengono da questi alimenti, scrive Wes Jackson del Land Institute. Ma abbiamo bisogno di cambiare il modo in cui li coltiviamo. Per 12.000 anni abbiamo coltivato cereali annuali e dalla metà del 20° secolo, abbiamo sostenuto queste produzioni con pesticidi e fertilizzanti azotati. Questo è stato alla base della Rivoluzione Verde che ha alimentato il mondo. Solo ora vediamo chiaramente i costi di questi metodi: erosione dei terreni, migliaia di zone morte negli oceani (dove i fertilizzanti si raccolgono grazie al deflusso e soffocano la vita marina) e la dipendenza dai combustibili fossili. Il Midwest americano è ora disegnato da falciate polverose di monocolture punteggiate da serbatoi di ammoniaca anidra.

Adottiamo i cereali perenni. Dove quelli annuali lasciano il terreno nudo, secondo Sieg Snapp ricercatore presso la Michigan State University, i perenni vanno a ricostruirlo. Le loro radici, che rimangono nel terreno più a lungo e crescono più in profondità, mantengono il suolo e, allo stesso tempo, necessitano di poco o nessun fertilizzante. E possono essere coltivati anche su terreni agricoli meno appetibili, potenzialmente più vicini ai centri abitati più grandi.

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4. Nelle scuole dell’Alaska, per pranzo si cucina il pesce

Il Center for Alaska Native Health Research dell’University of Alaska Fairbanks sta spingendo per il consumo di pesce locale nelle scuole durante il pranzo, e non si sta parlando di bastoncini di pesce.

Dal 2009, Andrea Bersamin ha guidato il “Fish to School program” del centro in cui viene servito pesce pescato, soprattutto salmone, nelle mense scolastiche di tutto lo stato. Reso possibile grazie ad un finanziamento pari a 1,1 milioni di dollari da parte del U.S. Department of Agriculture, il programma nato dalla preoccupazione per la salute e la sovranità alimentare dei Nativi ha recuperato elementi dalla cultura Yup’ik che enfatizza la pesca di sussistenza. Il clima dell’Alaska limita la sua capacità agricola, così il 95 per cento del suo cibo viene importato. Non sarà possibile in un mondo post-carbonio.

Fonte: EcoWatch

Data: Luglio 2016

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