Batterie al rabarbaro, verdi e low cost

Batterie al rabarbaro, verdi e low cost

Batterie al rabarbaro, low cost e biocompatibili, per portare le energie rinnovabili in tutte le case. Sono alla base della nuova tecnologia ideata nell’Università americana di Harvard e messa a punto in Italia, dai ricercatori dell’Università di Roma Tor Vergata e della Fondazione Bruno Kessler di Trento. L’obiettivo del progetto, presentato l’8 ottobre a Roma, è superare i limiti delle rinnovabili, rendendo possibile accumulare energia e immagazzinarla per poterla usare quando necessario.

“Uno dei problemi delle rinnovabili è la possibilità di accumularla”, ha spiegato la biologa Adele Vitale, dell’azienda Green Energy Storage, che ha sviluppato il prototipo. “Non può essere prodotta costantemente, per esempio in caso di mancanza di vento o di sole, mentre in altri momenti se ne produce troppa”. Per questo, ha aggiunto, è necessario accumularla.

La soluzione è usare batterie, ma il loro limite sono i costi e soprattutto l’impatto ambientale: spesso usano al loro interno metalli tossici. La nuova tecnologia sfrutta invece una molecola prodotta dalle piante durante la fotosintesi, chiamata chinone, facilmente estraibile dal rabarbaro, biocompatibile e a basso costo.

Batterie-al-rabarbaro_fonte-Harvard University

Batterie al rabarbaro, verdi e low cost (fonte: Harvard University/Green Energy Storage)

 

Il funzionamento delle batterie al rabarbaro è diverso rispetto a quello delle batterie ‘normali’, come le tradizionali stilo. Nelle nuove batterie l’energia viene immagazzinata chimicamente in serbatoi riempiti da una soluzione liquida ricca di elettroliti, molecole che catturano cariche elettriche.

“Abbiamo raggiunto un accordo con Harvard per la licenza esclusiva in Europa – ha spiegato Emilio Sassone Corsi, consigliere di Green Energy Storage – e entro la metà del 2016 avremo batterie con potenza superiore al kilowatt”. Le nuove batterie potrebbero essere in commercio dal 2017. Le batterie al rabarbaro avranno dei costi molto ridotti, per quelle di uso domestico di appena un terzo rispetto a quelle attualmente sul mercato, e il passo successivo sarà quelli di sviluppare batteri ancora più grandi per necessità ‘industriali’.

 

Fonte: Ansa

Data: Ottobre 2015

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