Cop21, il caos climatico provoca già 79 guerre

Cop21, il caos climatico provoca già 79 guerre

Se non si diminuisce la pressione climatica che riduce la disponibilità di acqua e di suolo fertile, le guerre sono destinate ad aumentare. Lo aveva ricordato all’apertura della conferenza Onu sul clima il presidente americano, Barack Obama. Oggi è arrivato il numero che conferma la minaccia. Nel mondo sono in corso 79 conflitti determinati da cause ambientali e, di questi, ben 19 sono considerati di massima intensità (livello 4 su una scala che va da 1 a 4). I numeri vengono da un report commissionato dai paesi del G7 all’istituto tedesco Adelphi con il sostegno del ministero degli Esteri tedesco e diffuso da Globe Italia.

Sono conflitti come quello che ha divorato la Siria, indebolita dalla terribile siccità che ha messo il paese in ginocchio tra il 2006 e il 2011 (su 22 milioni di abitanti, oltre un milione e mezzo è stato colpito dalla desertificazione che ha provocato massicce migrazioni di contadini, allevatori e famiglie verso le città). O come quello per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi che hanno distrutto gli ecosistemi in Nigeria. O come la guerra civile in Darfur, nel Sud del Sudan, per il controllo delle scarse risorse idriche. O ancora come gli scontri legati alla costruzione della diga Sardar Sarovar sul fiume Narmada, in India.

“La diminuita disponibilità di risorse naturali e di mezzi di sostentamento, il degrado ambientale, le catastrofi dovute al ripetersi di eventi eccezionali aumentano, assieme al rischio di conflitti, il bacino potenziale a cui il terrorismo può attingere”, spiega Stella Bianchi, presidente dell’Intergruppo Globe Italia. “Per questo è più che mai necessario arrivare a un accordo forte a Parigi”.

Anche il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha sottolineato l’urgenza di un intervento: “La sfida contro il riscaldamento del pianeta che siamo chiamati a raccogliere in questi giorni, nello straordinario appuntamento di Cop21 a Parigi, è anche una sfida per la sicurezza globale. La mancanza di risorse e di mezzi di sostentamento e le catastrofi ambientali costituiscono dei potenziali moltiplicatori di conflitti e un terreno favorevole per il terrorismo. È necessario passare dalla logica di Kyoto, che riguardava solo un gruppo paesi, a un vincolo che impegni l’intera comunità internazionale”.

La conferenza Onu marcia verso un accordo finale, ma il segno di questa intesa resta incerto. E ieri proprio da Bruxelles, dall’Unione europea che era stata per due decenni l’alfiere della spinta verso la salvaguardia ambientale, è arrivato un segnale di debolezza. La nuova direttiva sull’economia circolare rappresenta un mezzo passo indietro in uno dei due settori (l’altro è l’energia) cruciali per la decarbonizzazione della società: il recupero della materia.

Accanto a pochi elementi che rafforzano il pacchetto di misure (ad esempio vengono inseriti criteri di durevolezza, riciclabilità e riparabilità negli elettrodomestici prodotti e venduti in Europa per combattere l’obsolescenza programmata) ci sono molti colpi di freno. L’obiettivo di riciclo dei rifiuti urbani al 2030, che era del 70% nella bozza di direttiva bloccata dalla nuova Commissione, scende al 65%, con Estonia, Grecia, Croazia, Lettonia, Malta, Romania e Slovacchia che potranno chiedere una proroga di cinque anni. L’obiettivo di riciclo degli imballaggi al 2030 passa dall’80 al 75%.

Si abbassano anche gli obiettivi sulla riduzione della discarica. Il documento attuale prevede che possano finire in discarica nel 2030 fino al 10%  dei rifiuti domestici, compresi rifiuti riciclabili o compostabili. Mentre quello precedente fissava, per la stessa data, un massimo del 5% per i rifiuti non pericolosi di origine domestica ed escludeva quelli riciclabili o compostabili.

La raccolta separata della frazione organica avrebbe dovuto essere obbligatoria ovunque entro il 2025. Ora si parla di organizzarla entro il 2025 “dove si dimostri tecnicamente, economicamente e ambientalmente possibile”. Per la riduzione dello spreco di alimenti, si indicava il target del 30% in meno di cibo finito nella spazzatura nel 2025 rispetto ai valori del 2017, mentre ora non viene suggerito nessun obiettivo ma solo una proposta di armonizzazione della metodologia di calcolo.

“Il pacchetto presentato oggi dalla Commissione Juncker è fortemente depotenziato rispetto al progetto iniziale”, commenta il direttore di Legambiente Rossella Muroni. “È un pessimo segnale rispetto alla Conferenza sul clima che si sta svolgendo a Parigi. Perché per ridurre le nostre emissioni di gas serra e contenere l’aumento della temperatura del pianeta sotto ai due gradi centigradi servono fatti e non proclami”.

Meno negativo il giudizio dell’eurodeputata Pd Simona Bonafè: “Il punto fondamentale è che finalmente viene definito un quadro normativo chiaro e di lungo periodo, che permetterà a Stati membri, amministrazioni locali e aziende europee di programmare i propri investimenti per consentire all’Unione europea la transizione verso l’economia circolare”.

Anche per il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ”il pacchetto europeo sull’economia circolare presentato oggi è una base strategica per il futuro, ambiziosa e pienamente coerente con gli elevati target fissati dall’Ue per la Cop21 di Parigi”.

 

Fonte: La Repubblica

Data: Dicembre 2015

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