È sempre più caldo…

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Salvare il pianeta è ormai una questione di pochi clic, almeno su piccola scala. Il 22 settembre il Segretariato sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite ha lanciato Climate Neutral Now, un sito web che stima l’impronta di carbonio di un individuo in base a dove vive, alle abitudini di riciclo, all’uso di energia e così via. Compensare qualsiasi senso di colpa ne risulti è facile: il sito raccoglie donazioni per finanziare progetti di sviluppo verdi. Per coprire le emissioni di anidride carbonica che aveva causato durante l’anno passato, il vostro corrispondente ha pagato 24 dollari ad un impianto che cattura il metano prodotto dallo sterco dei maiali.

L’iniziativa è una delle tante destinata a stimolare azioni sulle emissioni di gas serra nel periodo che precede i colloqui sul clima che si svolgeranno a Parigi alla fine dell’anno. Alcune di queste iniziative sembrano ottenere un discreto successo: nelle ultime settimane circa 2.000 persone e 400 organizzazioni si sono impegnate a disinvestire da aziende che producono combustibili fossili. Ancora più importante è la risposta su cui molti paesi si sono impegnati con interventi nella politica sui cambiamenti climatici dopo il fallimento dei negoziati a Copenaghen nel 2009: piuttosto che cercare di concordare riduzioni di emissioni obbligatorie, è stato chiesto di dire dal 1 ottobre quello che erano disposti a fare.

Il Clean Power Plan americano, annunciato nel mese di agosto, potrebbe ridurre le emissioni di anidride carbonica prodotta dalle centrali elettriche di 870m tonnellate entro il 2030, un taglio di quasi un terzo rispetto ai livelli del 2005 e l’equivalente di 166 milioni di automobili tolte dalla strada. La Cina ha promesso che le sue emissioni raggiungeranno il picco nel 2030, se non prima. E il 25 settembre Xi Jinping, il presidente del Paese, ha annunciato che la Cina lancerà un sistema nazionale di compravendita dei diritti di emissione di CO2. Pochi giorni dopo il Brasile si è impegnato a ridurre le emissioni di gas serra del 43% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005.

A ben guardare, però, alcuni degli impegni risultano meno impressionanti di quel che appaiono. L’America ha già percorso una buona parte della strada per raggiungere il suo nuovo obiettivo; la Cina vedrà le sue emissioni di carbonio rientrare comunque mano a mano che la sua economia continuerà a spostarsi dalla produzione ai servizi. E quando i negoziatori si incontreranno a Parigi, avranno bisogno di tenere a mente che il mondo sta già soffrendo gli effetti del riscaldamento globale. Le emissioni globali di carbonio sono state superiori del 58% nel 2012 di quanto non lo fossero nel 1990. La concentrazione atmosferica di anidride carbonica è passata da poco meno di 340 parti per milione nel 1980 alle 400 di oggi.

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Per avere una minima possibilità di mantenere il riscaldamento sotto i 2°C entro la fine del secolo – ossia l’obiettivo de facto a cui guardano le politiche sul clima globale – lo stock di anidride carbonica atmosferica deve essere mantenuta sotto il 1 trilione di tonnellate. Le stime variano ma, secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change, complessivamente si sono superati i 515 miliardi di tonnellate già nel 2011. Clima Interactive, un gruppo di ricerca, ritiene che, se le emissioni continueranno a seguire il loro corso attuale, circa 140 miliardi di tonnellate di gas serra verranno rilasciati ogni anno e le temperature potrebbero aumentare di 4,5°C entro il 2100. E anche se i Paesi dovessero onorare pienamente i loro recenti impegni, per allora le temperature potrebbero ancora aumentare di 3,5°C.

 

Fonte: The Economist

Data: Ottobre 2015

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