Europa contro Russia: il grande gioco del gas

Europa contro Russia: il grande gioco del gas

di Stefano Grazioli

C’era una volta l’Unione Sovietica. Persino nel bel mezzo della Guerra fredda, con il Mondo e l’Europa divisi in blocchi, era il più affidabile fornitore di gas e petrolio per il Vecchio Continente. Anche le crisi energetiche degli anni Settanta, con il Medio Oriente in fiamme tra la guerra del Kippur e la rivoluzione iraniana, confermarono che di Mosca, da questo punto di vista, ci si poteva fidare.

I primi a capirlo e a farlo furono proprio gli italiani, a partire dall’Eni di Enrico Mattei, in seguito arrivarono tutti gli altri. Poi arrivò anche Mikhail Gorbaciov al Cremlino, una fortuna per l’Occidente e una sciagura a casa propria, e così l’Urss si dissolse in quella che Vladimir Putin definì successivamente “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”.

Il crollo dell’Impero del Male di reaganiana memoria ha cambiato non solo gli equilibri politici sulla scacchiera internazionale, ma anche e proprio quelli energetici. Se sino al 1991 l’Occidente chiedeva solo a Mosca di soddisfare la propria sete, improvvisamente gli interlocutori si sono moltiplicati, tra Baku e Astana, Tashkent e Ashgabat. Quelle che erano le quindici repubbliche sovietiche si sono trasformate in altrettanti stati indipendenti, facendo arrivare nuovi attori nel Risiko dell’energia. Non tutte facce per bene, almeno dalla prospettiva occidentale, ma “petroleum non olet”.

Negli ultimi cinque lustri anche sul versante occidentale del Continente le cose sono cambiate e l’Unione Europea è divenuta il nuovo ombrello sotto il quale agiscono generalmente le capitali, le vecchie dell’Ovest e le nuove dell’Est, anche se soprattutto in fatto di gas e petrolio ognuno fa ancora un po’ come gli pare, senza dare troppa retta a Bruxelles se non per il minimo necessario. E talvolta anche meno. Basta guardare alla Germania di Angela Merkel che nel pieno dello scontro attuale tra Ue e Russia a causa del conflitto ucraino e con il regime di sanzioni in vigore contro Mosca ha pensato bene di sorpassare tutti in curva annunciando il raddoppio del gasdotto Nordstream che collega proprio Russia e Germania passando sotto il Mar Baltico.

La Russia, anche senza il contorno delle ex repubbliche sovietiche più ricche di idrocarburi, continua ad essere ancora oggi comunque il maggiore fornitore per l’Europa di gas, senza il quale non solo la Germania, ma anche molti altri piccoli e grandi paesi avrebbero difficoltà a superare ogni inverno. Ora ancora di più, tra chi punta sulle rinnovabili e sta abbandonando il nucleare come gli stessi tedeschi, chi vede i propri giacimenti asciugarsi inesorabilmente come gli inglesi, che dopo essere stati grandi esportatori di idrocarburi tra gli anni Ottanta e Novanta ora sono condannati all’import, e chi è alla ricerca di una diversificazione di rotte e di fonti che sembra facile, ma tale non é. Come gli italiani.

Accanto a Mosca il ruolo maggiore è da una parte quello dell’Azerbaigian di Ilham Aliyev, del Kazakistan di Nursultan Nazarbayev, del Turkmenistan di Gurbanguly Berdymukhammedov e dell’Uzbekistan di Islam Karimov, tutti satrapi autocratici in confronto ai quali Vladimir Putin meriterebbe davvero il Nobel per la Pace. Il gas e il petrolio centroasiatici e caucasici fanno gola un po’ a tutti, non solo agli europei e agli americani, ma anche ai cinesi. E la corsa è partita da un pezzo, da quando appunto si è scomposto il mosaico dell’Urss.

I primi sono arrivati all’inizio degli anni Novanta nella Baku postsovietica e a firmare il “Contratto del secolo” con Heidar Aliyev, padre dell’attuale capo di stato nel paese che si è inventato il presidenzialismo ereditario e nonostante tutto viene coccolato dagli alfieri della democrazia tra Bruxelles e Washington. I secondi si sono rivolti al Cremlino e ai nipotini di Stalin solo nell’ultimo decennio, quando tra Mosca e la periferia del vecchio Impero si è iniziato a pensare che oltre alla solita direttrice verso Ovest l’oro nero e quello blu possono anche scorrere nella direzione opposta, verso Oriente. Putin stesso, arrivato alla presidenza nel 2000, ha messo le basi per le nuove pipeline in direzione di Pechino concretizzatesi nello storico accordo firmato nel 2014.

Se dunque nel primo decennio dopo Gorbaciov, quello in cui a Mosca tiravano le fila gli oligarchi dietro il fantoccio di Boris Eltsin, la Russia si è preoccupata poco del Grande Gioco energetico lasciando in sostanza la mano all’Occidente guidato da Usa e Gran Bretagna, le cose sono cambiate con l’entrata al Cremlino di Vladimir Vladimirovich, che da una parte ha solidificato i legami soprattutto con la Germania (Nordstream I nel 2005) e aperto la via cinese, dall’altra si è impuntato sulla questione ucraina, entrando in rotta di collisione con Bruxelles e Washington ben prima della rivoluzione del 2014, il bagno di sangue di Maidan e il fattuale colpo di stato contro Victor Yanukovich.

Le vicende dell’Ucraina, la più popolosa e strategicamente importante delle repubbliche ex sovietiche, sono legate a doppio filo alla contesa energetica tra Russia e Occidente, cominciando dal fatto che ancora adesso da qui scorre la gran parte del gas russo diretto in Europa. La volontà del Cremlino di bypassare l’Ucraina per raggiungere direttamente il cuore del Vecchio continente (Nordstream e Southstream) si è scontrata però sia con la resistenza di Bruxelles, che nell’ultimo decennio ha puntato sia su gasdotti alternativi (Nabucco) sia sulla riorganizzazione del mercato europeo per frenare l’assalto russo: attraverso il Terzo pacchetto energetico del 2009 è prevista infatti la separazione proprietaria tra chi gestisce le attività di trasporto e chi quelle di produzione e vendita. Un colpo nemmeno troppo nascosto diretto alla Russia e a Gazprom e un contenzioso che ancora oggi non è stato risolto, condito da una buona dose di propaganda su ogni lato.

Le guerre del gas tra Russia e Ucraina, interpretate in Occidente come la volontà imperialistica di Mosca di piegare l’ex repubblica con l’arma energetica, ci sono sempre state (anche altrove, come in Bielorussia) sin da prima della rivoluzione arancione del 2004 e sono sempre rientrate dall’inizio degli anni Novanta nella normalità dei rapporti tra i due paesi, secondo l’ovvia regola per cui a chi non pagava veniva chiuso il rubinetto. Fino a che lo scontro era tra poveracci (la Russia di Boris Eltsin e l’Ucraina di Leonid Kuchma), la cosa è stata ignorata. Diverso il discorso quando accanto alle questioni bilaterali é arrivato Putin a Mosca ed è ritornato il Great Game, con gli Stati Uniti a sostenere le rivoluzioni colorate in quel che era ed è il giardino di casa russo. Dalla Georgia al Kirghizistan, passando naturalmente per l’Ucraina.

La grande partita sull’energia – fatta di mille sfaccettature con i nuovi progetti per il gas tra Nordstream e Corridoio Sud, il futuro del gas di scisto, le incognite sul prezzo del petrolio e l’impatto delle rinnovabili, il rientro di grandi player come l’Iran – è in definitiva solo un pezzo di quella geopolitica su larga scala tra l’Occidente a trazione atlantica e la Russia euroasiatica che dopo la fine del Secolo breve deve ancora trovare una sua collocazione. L’Europa può scegliere emanciparsi da Washington per cercare nuove alleanze a Est. La Russia ha la possibilità di stringere invece una partnership con la Cina e dare lentamente la buona notte all’Europa. Per vedere come andrà a finire, basterà seguire l’odore del gas.

 

Fonte: Linkiesta

Data: Febbraio 2016

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