I bambini di Fukushima e il cancro alla tiroide

I bambini di Fukushima e il cancro alla tiroide

Uno studio ha esaminato i bambini che al momento della catastrofe nucleare di Fukushima avevano meno di 18 anni registrando un aumento dei tumori alla tiroide, come del resto già aveva previsto l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) nelle sue prime valutazioni.

Il ricercatore capo Toshihide Tsuda, epidemiologo presso l’Università di Okayama, ha affermato che “i tumori alla tiroide sono diffusi purtroppo in numero maggiore anche a quanto ci si attendeva e che anche la loro crescita si è rilevata più repentina del previsto” se confrontata con le previsioni e gli studi relativi a come si sono evoluti i casi di tumore alla tiroide a seguito dell’incidente nucleare di Chernobyl nel 1986. Tsuda è stato sollecitato dalla comunità scientifica internazionale di anticipare la diffusione del suo studio a causa delle potenziali implicazioni per la salute pubblica del tema trattato.

Lo studio, pubblicato in Epidemiology, ha analizzato i dati disponibili fino al 31 dicembre 2014 e relativi all’area della prefettura di Fukushima.

Non essendoci misurazioni precise sulla esposizione interna o esterna alla radiazione, i ricercatori hanno utilizzato gli indirizzi delle abitazioni in cui risiedevano le persone al momento della catastrofe del 2011 come variabile sostitutiva. La più alta incidenza si riscontra tra le persone che abitano nei distretti che non sono stati evacuati, circa 50-60 km (30-40 miglia) a ovest dei reattori nucleari di Fukushima. I dati hanno rilevato 605 casi di cancro alla tiroide su un 1 milione di persone esaminate. I casi attesi di cancro alla tiroide nei bambini è 1-2 all’anno per milione.

Una seconda serie di screening, che sarà completata nel marzo 2016, comprenderà i bambini che nel 2011 stavano per nascere ed erano quindi ancora nell’utero materno. I dati mostrano già un’addizionale di 25 tumori in più alla tiroide.

La contaminazione del terreno non riflette necessariamente l’esposizione. Alcune delle persone più esposte provenivano da zone in cui la deposizione di radionuclidi è stata minima ma che, allo stesso tempo, sono stati esposti allo iodio radioattivo diffuso nell’aria a seguito della catastrofe.

L’entità dell’incremento è troppo grande per essere spiegata unicamente con l’aumento di screening, in quanto i dati disponibili mostrano che, al massimo, si può attribuire ai maggiori sforzi del maggior screening unicamente un aumento da 6 a 7 volte. I dati esaminati da Tsuda mostrano però un numero di casi di cancro con un ordine di grandezza superiore.

L’aumento non può quindi essere attribuito a un eccesso di diagnosi. I casi di tumore riscontrati negli screening fatti nell’area di Fukushima si erano diffusi – o metastatizzati – ai linfonodi nel 74 per cento dei casi (40 casi su 54), il che significa che questi eventi non erano ai primi stadi di sviluppo; si è arrivati pertanto a questa conclusione: “i medici attualmente coinvolti nelle diagnosi derivate dagli esami sulla tiroide sono d’accordo all’unanimità che per certo non si tratta di un eccesso di diagnosi. Tra questi medici ci sono il dr. Akira Miyauchi del Kuma Hospital, uno dei più importanti esperti sulla tiroide del Giappone ed il dr. Shinichi Suzuki proveniente dalla Fukushima Medical University, direttore degli studi sulla tiroide nell’area di Fukushima”. Un eccesso di diagnosi “si riferisce a casi in cui si rilevano malattie che non necessitano di trattamento medico, a differenza di quei risultati di screening che invece portano ad una diagnosi precoce della malattia asintomatica di cui i pazienti sono ignari e che alla fine richiede un trattamento medico”.

 

Fonte: Eco Watch

Data: Ottobre 2015

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