Il petrolio per l’Isis è un’arma spuntata

Il petrolio per l’Isis è un’arma spuntata

di Leonardo Maugeri

Tra i tanti interrogativi sollevati dalla nuova ondata di terrore orchestrata dall’Isis ve n’è uno che riguarda l’apparente rischio che corrono intere aree petrolifere fondamentali per la stabilità del mercato mondiale del greggio.

Gli attentati di Parigi sembrano indicare che lo Stato islamico mantiene una capacità di colpire aree e obiettivi differenti attraverso cellule che si generano di continuo, si mimetizzano, si muovono: in alcuni casi rimangono allo stato di piccole metastasi, non per questo meno micidiali; in altri, come in Siria, Iraq e Libia, aumentano la loro massa critica ponendo una minaccia all’integrità di interi Stati – o a parte di essi.

Sposata a una strategia di guerra totale all’Occidente, questa capacità potrebbe offrire all’Isis la possibilità di colpire il nemico in uno dei gangli più sensibili della sua economia, il petrolio, prendendo di mira impianti, oleodotti, giacimenti dei tanti Paesi – soprattutto arabi e musulmani – dove il Califfato sembra in grado di fare un numero crescente di proseliti. Secondo l’intelligence statunitense, questa possibilità esiste sulla carta, ma è ancora remota e difficile da realizzare.

Dagli anni Settanta a oggi ogni movimento arabo-islamico che abbia fatto ricorso al terrore come strumento di lotta ha sempre considerato “l’arma del petrolio” un obiettivo strategico in chiave anti-occidentale.

Tuttavia, nessuno di quei movimenti è riuscito a sguainare l’arma perché le installazioni petrolifere dei Paesi arabi – a partire dall’Arabia Saudita – sono obiettivi difficili da colpire: in generale, sono presidiate da ingenti apparati di sicurezza e si estendono su vaste aree con impianti multipli riparabili in tempi brevi. In altri termini, solo operazioni militari di maggiori dimensioni potrebbero provocare danni veramente esiziali, non il singolo attentato di una cellula.

Nei due Paesi petroliferi più immediatamente esposti al rischio Isis – Iraq e Libia – esistono, poi, altri ostacoli che complicano una strategia basata sul far crollare l’offerta di oro nero. In Iraq quasi il 90% della produzione di greggio attuale e futura proviene dal sud, fermamente in mano agli sciiti nemici giurati del Califfato (che, ricordiamo, ha matrice sunnita) e militarmente capaci di respingere le sue infiltrazioni. Le analisi più accurate di intelligence indicano che lo Stato islamico controlla nel Paese una produzione di greggio oscillante tra i 6mila (più probabile) e i 15mila barili al giorno (bg), ossia quasi niente (l’Iraq procuce oggi più di 4 milioni di barili al giorno – mbg).

Più delicata la situazione della Libia. L’80% delle riserve petrolifere del Paese si trova nella parte orientale, disseminata nel bacino della Sirte, mentre gran parte delle riserve e delle infrastrutture di gas naturale (tra cui quelle che consentono l’esportazione di gas libico in Italia) è nella parte occidentale. Come noto, a est e ovest vi sono due governi diversi (Bayda e Tripoli), che tuttavia non hanno un controllo effettivo sulle due regioni – dominio di milizie indipendenti. È questa atomizzazione del controllo del territorio, insieme alla relativa dispersione dei giacimenti petroliferi, a rendere più elevato il rischio che una porzione significativa della capacità petrolifera del Paese possa cadere nelle mani del Califfato. Questa possibilità, tuttavia, avrebbe più vantaggi in termini di autofinanziamento per l’Isis stesso che non generare rischi per il mercato globale. La produzione libica, infatti, è ridotta ai minimi termini, circa 400mila barili al giorno (contro un potenziale di 1,7 mbg). Un crollo da cui il mercato mondiale non è minimamente scalfito.

 

Fonte: Il Sole 24 Ore

Data: Novembre 2015

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