Il prezzo del petrolio, l’economia irachena e la guerra all’Isis

Il prezzo del petrolio, l’economia irachena e la guerra all’Isis

Mentre l’attenzione della stampa mondiale è concentrata sulla guerra al terrorismo ed all’Isis in particolare, chiunque nota anche le ricadute negative che l’abbassamento del prezzo del petrolio causa ai bilanci interni di Iran, Russia e Venezuela e altri produttori. Pochi però sottolineano come il primo dei Paesi impegnati nella lotta contro l’Isis, l’Iraq, abbia problemi di bilancio così gravi da creare dubbi sulle sue concrete possibilità di tener testa alle offensive del sedicente Stato Islamico.
Perfino prima del crollo del prezzo del barile, l’Iraq di Al Maliki navigava in cattivissime acque e i suoi conti erano già fuori controllo. Quel Primo ministro, imposto dall’accordo Iran – USA e mal digerito ma forzatamente accettato dai curdi, aveva presentato al parlamento un bilancio per il 2014 di 150 miliardi di dollari che non fu mai votato dal Parlamento di Baghdad. Nel momento in cui il leader sciita, pochi mesi or sono, ha lasciato in modo molto riluttante l’incarico l’intero budget era già stato speso e vi si era pure aggiunto un deficit di 37 miliardi di dollari.
Nonostante uno dei suoi figli sia stato fermato all’aeroporto di Beirut con decine di valigie piene di danaro dalla dubbia provenienza, Al Maliki, interrogato sul buco finanziario, ha spiegato che gran parte del danaro era servita per l’acquisto di armi per la guerra contro il terrorismo e per la paga dei 300.000 soldati iracheni impegnati nelle operazioni.
Purtroppo, delle armi acquistate con quel danaro non si è vista, né si vede, traccia e dei 300.000 soldati che, apparentemente percepivano un salario, si è scoperto che ne esistevano solo 50.000. Chissà a chi saranno  andati i dollari destinati ai 250.000 fantasmi?

Fonte: Notizie geopolitiche

Data: Gennaio 2015

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