Non tutta l’industria è contro l’ambiente, solo quella senza futuro

Non tutta l’industria è contro l’ambiente, solo quella senza futuro

L’intervento di Monica Frassoni, Co-Presidente del Partito Verde Europeo e Coordinatrice di Green Italia sulla vicenda dell’Ilva in risposta alle sollecitazioni poste da Dario Di Vico, giornalista del Corriere della Sera. La questione è se l’acciaieria di Taranto, progressivamente risanata e capace di confermarsi eccellenza in Europa, vada preservata o sacrificata per i peccati commessi in passato. E il ragionamento si allarga alla relazione tra ragioni che riguardano la salute e l’ambiente e quelle dell’occupazione e dell’attività industriale.

 

Ho letto con molto interesse (come sempre) ma con crescente sconcerto l’articolo di Dario Di Vico sulla vicenda dell’Ilva sul Corriere della sera del 24 luglio. Perché mi pare davvero che su questa vicenda ci sia ancora un pregiudizio molto forte che tende a sminuire come meno importanti le questioni che riguardano la salute e l’ambiente (e anche chi le porta, qui addirittura definiti come “sindacalisti estremisti o consulenti inaciditi” che raccontano fandonie ai giudici) rispetto alle ragioni dell’occupazione e dell’attività industriale, qualsiasi essa sia o quasi.

Si dimentica spesso e volentieri che già da anni i Riva erano stati in teoria obbligati a mettere in campo rimedi, bonifiche, etc. E ancora prima dell’intervento della magistratura, erano obbligati dalle leggi nazionali e direttive europee. Non hanno mai tenuto fede agli impegni, perché non lo hanno mai dovuto fare davvero. Nel penultimo decreto si dice perfino che Ilva ha l’obbligo di rispettare le prescrizioni date dalla legge solo all’80%, potendo scegliere quali prescrizioni applicare. A voi sembra normale? A me no.

Si badi bene, l’inquinamento in questione non era inevitabile, almeno non nelle dimensioni enormi di oggi. I Riva hanno un’acciaieria a Marcinelle in Belgio, ma non hanno mai avuto problemi. I Belgi rispondono quando chiediamo perché con un certo stupore “perché qui le norme si rispettano”. Appunto. Qual è il limite della regola, al di là del quale questa non deve più agire, diventa “relativa” e sottoposta ad altre priorità?

Molti commentatori, come Marco Gay, leader dei giovani industriali sul Foglio, dicono che la Magistratura per evitare di continuare un conflitto “durato troppo” deve “saper valutare le ricadute sui livelli occupazionali, sugli andamenti produttivi e sulla manutenzione degli impianti quando si sequestra uno stabilimento” . Ma sempre?

Anche quando ci sono di mezzo centinaia di morti, decenni di aria inquinata e nulla ci dice quando e se le cose cambieranno davvero, a parte qualche pannicello caldo? Perché questa è la realtà di Taranto, che impedisce una discussione seria e pacata sul futuro dell’industria siderurgica in Puglia e in Italia. Se non si dice in modo chiaro che fare industria in quel modo non è né tecnologicamente, né economicamente, né socialmente né ambientalmente sostenibile non andiamo da nessuna parte.

 

Fonte: Huffington Post

Data: Agosto 2015

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