Overshoot Day:  5 giorni prima rispetto al 2015 abbiamo esaurito le risorse ecologiche per il 2016

Overshoot Day:  5 giorni prima rispetto al 2015 abbiamo esaurito le risorse ecologiche per il 2016

di Luca Mercalli

Mentre l’economia globale, la popolazione, l’estrazione di risorse naturali e l’inquinamento crescono, le dimensioni della Terra rimangono fisse. Così quest’anno l’Overshoot Day, il giorno del sovrasfruttamento calcolato dal Global Footprint Network, è caduto l’8 agosto, in anticipo di 5 giorni rispetto al 13 agosto dello scorso anno.

È la data nella quale gli interessi della natura, cioè tutta la produzione annua rinnovabile, dalle foreste ai pesci, è stata consumata, data dalla quale fino a fine anno si intaccherà il capitale planetario, attingendo a risorse non più rinnovabili e di cui saranno dunque private le generazioni future. E accanto ai prelievi eccessivi si aggiungono le scomode eredità: cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e inquinamenti assortiti. È dal 1970 che l’Umanità è entrata nel territorio dell’insostenibilità, e la data del sovrasfruttamento anticipa anno dopo anno.

Per l’Italia la situazione è ancora più critica, in quanto il nostro Paese vive quattro volte al di sopra delle proprie risorse ecologiche interne, e quindi ha toccato l’overshoot day a inizio aprile. Fin qui il pezzo è praticamente identico a quello che ho scritto l’anno scorso. Ecco il problema: è passato un altro anno e siamo sempre qui a raccontarcela come se si trattasse di una notiziola qualunque. Invece è la notizia più rilevante per la nostra specie. È quella sulla quale dovremmo riflettere ogni giorno per trovare urgentemente una soluzione al prossimo collasso della biosfera e della società. Non chiamatele teorie catastrofiste per favore. È la solita etichetta che autorizza a fregarsene senza approfondire. Ormai tutta la scienza internazionale del sistema Terra è in allarme. Solo pochi giorni fa la Noaa, l’ente meteorologico statunitense, ha pubblicato il rapporto sui cambiamenti climatici 2015, che rendono l’annata eccezionale per numero di record superati. E il 2016 sarà probabilmente peggio, con il primo semestre al top del caldo globale e i ghiacci artici ai minimi.

Il rapporto di fine luglio dell’Unep, ente ambientale delle Nazioni Unite, “Global Material Flows and Resource Productivity”, avvisa che la quantità di materie prime estratte dalla Terra è aumentata dai 22 miliardi di tonnellate del 1970 agli «sbalorditivi» 70 miliardi di tonnellate del 2010; i paesi ricchi consumano circa 10 volte la quantità di quelli più poveri. Se il mondo continua così, al 2050, con oltre 9 miliardi di abitanti sulla Terra, serviranno 180 miliardi di tonnellate di materie prime minerali, con i conseguenti danni ambientali. Sempre l’Unep ha pubblicato da poco il rapporto “Marine Litter” sul drammatico incremento dei rifiuti plastici negli oceani. Questi studi ormai non si contano, ma l’impressione è quella di un grande spreco di conoscenza, come se passasse tutto inosservato, nell’indifferenza della politica e dei cittadini, mentre il limite dell’irreversibilità della crisi ambientale si avvicina pericolosamente.

In dicembre la COP21 a Parigi ha stabilito di ridurre le emissioni climalteranti per contenere in 2 gradi l’aumento della temperatura globale entro il 2100. L’accordo entrerà in vigore dopo che almeno 55 paesi che contino il 55% delle emissioni globali avranno firmato. A oggi quanti hanno ratificato? 21 stati su 179, per un misero 0,85% delle emissioni globali! Sono soprattutto i piccoli atolli corallini del Pacifico che stanno per essere sommersi dall’aumento dei livelli oceanici. Gli altri non sembrano aver fretta.

I problemi

Temperatura: tra siccità e uragani

In un secolo la temperatura media terrestre è aumentata di 1 °C, e senza riduzione delle emissioni potrebbe salire di altri 4°C entro il 2100, con fusione delle calotte glaciali, aumento del livello oceanico di almeno 1 metro, più eventi estremi (siccità, alluvioni, uragani), carestie, diffusione di malattie tropicali, migrazioni umane epocali.

Buco dell’ozono: la ferita da rimarginare

Impoverimento dell’ozono stratosferico (tra i venti e i trenta chilometri di altezza) che filtra i raggi ultravioletti dannosi per le cellule viventi, dovuto ai clorofluorocarburi, messi al bando dal Protocollo di Montreal nel 1988, che almeno sembra stia funzionando: il buco sta iniziando a rimarginarsi.

Biossido di carbonio: gli oceani “acidi”

L’acidificazione degli oceani deriva dall’assorbimento del biossido di carbonio atmosferico (CO2) in eccesso da parte delle acque: gli oceani così tamponano in parte l’aumento del CO2nell’aria, ma si acidificano con gravi effetti sugli scheletri carbonatici di organismi (plancton, molluschi, coralli…) alla base della catena alimentare marina.

Uso del suolo: più cemento meno alberi

La cementificazione e la deforetazione (per le coltivazioni, gli allevamenti e il prelievo di legname, spariscono circa 50.000 ettari al giorno nel mondo!) compromettono in modo irreversibile i suoli e i loro servizi ecosistemici, inclusa la capacità di assorbire CO2e contenere i cambiamenti climatici.

Equilibrio biochimico: emergenza fosforo

L’eccessivo utilizzo di concimi di sintesi nell’agricoltura altera i naturali cicli biogeochimici di azoto e fosforo, che si accumulano così in modo anomalo in fiumi, laghi e mari, con l’inevitabile effetto di inquinarli. Secondo alcune previsioni le riserve terrestri di fosforo potrebbero esaurirsi entro un secolo.

Acqua dolce: un bene da contendersi

Eccesso di uso d’acqua dolce a fronte di un dato che probabilmente pochi conoscono: soltanto lo 0,6 per cento di tutta l’acqua del mondo è dolce e utilizzabile, e il suo prelievo eccessivo per agricoltura, industrie e usi domestici sta impoverendo falde, fiumi e laghi scatenando conflitti per il loro controllo.

Inquinamento: quel cocktail velenoso

Inquinamento di aria, acqua e suoli: da un secolo l’immissione nell’ambiente di dannosi prodotti chimici di sintesi (plastica, metalli pesanti, fitofarmaci, radionuclidi…) ha alterato la qualità di aria, acqua e suoli, propagandosi attraverso le catene alimentari fino a noi, con un miscuglio di veleni di cui non conosciamo gli effetti complessivi.

Biodiversità: verso la sesta estinzione

La pressione umana sull’ambiente, i cambiamenti climatici e l’inquinamento stanno determinando estinzioni di specie viventi da mille a diecimila volte più rapidamente del livello naturale di fondo. Abbiamo di fatto avviato la sesta estinzione di massa, sconvolgendo la biosfera da cui dipendiamo.

Fonte: La Stampa

Data: Agosto 2016

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