Referendum no-triv: oltre il quesito

Referendum no-triv: oltre il quesito

di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza

Lo scontro sul referendum “no-triv” ruota intorno a visioni e scelte diverse che investono la politica energetica e ambientale del nostro paese. La produzione interna di idrocarburi è esigua rispetto al fabbisogno. L’importanza delle rinnovabili e la ricerca di alternative al petrolio nei trasporti.

Il tema del referendum

Come è accaduto per altre, precedenti, consultazioni popolari, anche quella del 17 aprile sta assumendo una valenza che va molto oltre il significato del mero quesito referendario. Si è infatti acceso un dibattito intorno al referendum “no-triv” che divide la politica e l’opinione pubblica.

Il fatto è che questo referendum implica una scelta di prospettiva, di visione, di valori differenti, se non addirittura opposti, che investono la politica energetica e ambientale del nostro paese. Ed è la vera ragione per cui un quesito poco significativo assume i contorni di una battaglia civile-economica-politica. Tecnicamente, il quesito riguarda le concessioni per estrazioni di idrocarburi in mare entro le 12 miglia (circa 22 chilometri) e pertiene solo a concessioni già esistenti: la domanda riguarda l’abrogazione della norma che ne limita la durata alla scadenza prevista dalla legge. In pratica, per un numero ristretto di quelle esistenti (sono 21 su 69 in mare) il “no” consentirebbe di sfruttare le concessione fino all’esaurimento del giacimento.

La durata iniziale delle concessioni è di trenta anni, rinnovabile una prima volta di dieci, poi per cinque, quindi per altri cinque anni dopodiché, se il pozzo non è esaurito, il concessionario può chiedere di sfruttarlo fino all’esaurimento. È di questa estensione che stiamo dunque parlando.

Il referendum non riguarda invece:

– la possibilità di estrarre idrocarburi oltre le 12 miglia, che è libera, ma soggetta a concessione, in quanto i giacimenti di idrocarburi sono patrimonio indisponibile dello Stato

– la possibilità di estrarre sulla terraferma

– la possibilità di nuove concessioni a mare entro le 12 miglia, che è vietata dalle norme vigenti.

Nel 2014 erano attivi 117 permessi di ricerca – 95 in terraferma e 22 in mare – e 201 concessioni di coltivazione – 132 in terraferma e 69 in mare. Il referendum riguarda 21 di queste 69 concessioni in mare e la loro distribuzione geografica è illustrata nelle figure 1 e 2.

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Produzione nazionale e fabbisogno

Le ragioni di contrapposizione sono diverse. La principale può essere riassunta nella domanda “Quanto è importante la produzione di idrocarburi a rischio con il referendum per il nostro fabbisogno e la nostra dipendenza energetica?”

Le piattaforme interessate al referendum producono il 27 per cento del gas naturale e il 9 per cento del greggio estratti oggi in Italia. La produzione nazionale è poca cosa rispetto al fabbisogno di consumo interno (tabella 1), pari allo 0,1, mentre Il restante 0,9 è soddisfatto dalle importazioni (nette). Quindi l’eventuale perdita è davvero poco significativa. A ciò va aggiunto che la riduzione non si registrerebbe subito, perché le concessioni interessate non scadono immediatamente, ma hanno una struttura temporale differenziata. In sostanza, la contrapposizione è di prospettiva, non di ricaduta immediata.

Produzione, Import, Export e Consumi di idrocarburi in Italia. 2014

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Note: R1 = riserce certe; R2 = riserve certe + probabili + possibili; P = produzione; C = consumi interni lordi. Fonte: nostri calcoli su dati ministero dello Sviluppo economico, Bilancio energetico nazionale.

 

Quanto la minore produzione interna – poco significativa – minaccerebbe la nostra già elevatissima dipendenza energetica dall’estero? Anzitutto, gli idrocarburi estratti finiscono sul mercato che è accessibile a tutti e non è riservato agli italiani. Il prezzo pagato è dunque quello di mercato: i consumatori nazionali non ricavano benefici monetari. Vero è tuttavia che una minore produzione interna riduce la sicurezza degli approvvigionamenti e ci espone di più al potere di mercato. Quest’ultima considerazione vale più per il gas che per il petrolio. Si potrebbe arguire che il rischio può essere ridotto attraverso la diversificazione geografica delle importazioni, gli aumentati stoccaggi e attraverso l’aumento del ricorso alle fonti rinnovabili.

Fonte: Lavoce.info

Data: Aprile 2016

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