Rifugiati da climate change

Rifugiati da climate change

Guerre e povertà sono i principali motori delle migrazioni a livello mondiale. Lo sappiamo bene nella vecchia Europa dove i conflitti in Siria, Libia e nell’Africa subsahariana hanno alimentato negli ultimi anni un’ondata di immigrati senza precedenti, che si è andata ad aggiungere a quella endemica provocata dalle difficoltà economiche in diverse aree del mondo. E ora si accavalla un’altro fattore che spingerà nuovi flussi di persone: il cambiamento climatico, che sta rendendo – e renderà – inabitabili fette crescente di territorio. Un fenomeno che sta iniziando a colpire anche i paesi sviluppati. A partire dagli Stati Uniti, dove si registrano i primi “sfollati” da cambiamento climatico.

Succede in Louisiana, dove l’isola di Jean Charles, una volta estesa per 22mila acri, oggi è stata ridotta dall’innalzamento delle acque del Golfo del Messico a un fazzoletto di poco più di 300 acri, praticamente inabitabile. Il Governo federale ha messo a disposizione un miliardo di dollari per la costruzione di infrastrutture che rendano possibile la vita anche nei posti coinvolti dal climate change. Di questa cifra, 48 milioni sono andati all’isola, ma, per la prima volta negli Stati Uniti, sono stati tutti impiegati per spostare la comunità che ancora resisteva sul lembo di terra rimasto fuori dalle acque. A raccontarlo è il New York Times. Una buona parte degli abitanti, ormai ridotti a qualche decina di persone che hanno legami ancestrali con l’isola, non se ne vuole andare.

Il problema dell’isola di Jean Charles è relativamente semplice da risolvere. Ma i nodi veri verranno al pettine quando intere regioni della costa statunitense – la Forida meridionale o New York City, per fare degli esempi – rischieranno di finire sott’acqua. “Se già non sappiamo bene cosa fare con qualche decina di persone, sarà impossibile muovere in una forma in qualche modo organizzata, migliaia o centinaia di  migliaia di persone, in alcuni casi milioni, come sembra dalle previsioni per la Florida”, ha affermato al Nyt Mark Davis, direttore del Tulane Institute on water resources law and policy.

Uno scenario da incubo che, però, non appare così lontano, visto che il riscaldamento globale non sembra rallentare. Anche aprile si è confermato un nuovo mese record per la temperatura globale, come conferma la National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa). E per di più, si tratta di un nuovo mese con temperature mai viste prima per il dodicesimo mese consecutivo: da un anno a questa parte ogni mese segna un nuovo record.

E, siccome piove sempre sul bagnato, a fare le spese del cambiamento climatico saranno soprattutto le popolazioni più povere, quelle che vivono alle latitudini tropicali e che quindi si troveranno ad avere a che fare con climi insopportabili.

Fonte: Nova – Il Sole 24 Ore

Data: Maggio 2016

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