Tre buone ragioni per votare sì al referendum

Tre buone ragioni per votare sì al referendum

di Gianluca Ruggieri

Da quasi vent’anni mi occupo di efficienza energetica (soprattutto) e di fonti rinnovabili (in parte), come educatore, formatore, docente, ricercatore, consulente, autore di libri, attivista, cooperatore, amministratore, padre e cittadino. Credo che il referendum del 17 aprile sia un’occasione per ragionare collettivamente sul nostro futuro. Un’opportunità che non abbiamo ancora colto, sommersi dalla troppa propaganda. Provo a fare il punto e a dire la mia.

(…)

Perchè voto sì

Ci sono almeno tre motivi per cui mi sono convinto a votare sì e nessuno di questi ha a che fare con il populismo o con la guerra al governo Renzi. Anzi lo faccio per il bene del governo (non è il migliore dei governi possibili, ma è pur sempre il governo del mio paese).

Il primo motivo è che ritengo inaccettabile il trattamento di favore a cui sono sottoposti i concessionari. Come già ho ricordato, una concessione senza scadenza secondo me è contraria al diritto europeo. Una concessione senza scadenza non è una concessione. Vorrei evitare il rischio che il nostro paese sia sottoposto a una procedura di infrazione da parte della Commissione Europea a causa della violazione della direttiva relativa alle condizioni di rilascio e di esercizio delle autorizzazioni alla prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi.

Il secondo motivo è il fatto che serve una definizione precisa delle priorità nella politica energetica di questo paese. Nel corso del 2015 c’è stata una inversione di rotta rispetto a quanto previsto dallo Sblocca Italia. Ma senza un pronunciamento popolare il governo potrebbe tranquillamente cambiare la normativa per la terza volta. In caso di vittoria del sì il quadro cambierebbe.

In pratica io voglio aiutare il governo a fare bene quello che si è già impegnato a fare alla fine del 2015 (cambiando idea rispetto al 2014). Questo potrebbe anche costituire un utile preambolo a una nuova strategia energetica nazionale che appare urgente indipendentemente dal responso delle urne.

Il terzo motivo è più generale. A dicembre l’Italia ha sottoscritto l’accordo di Parigi insieme ad altri 194 altri paesi. Questo accordo prevede che vengano realizzati dai paesi firmatari tutti gli interventi necessari per mantenere l’aumento di temperatura media ben al di sotto di 2 gradi centigradi. Per poter ottenere questo risultato è necessario ridurre il più possibile i consumi di combustibili fossili nel minor tempo possibile. In termini pratici ciò significa che ci siamo impegnati a lasciare sotto terra la gran parte delle riserve certe di idrocarburi. Chi ha fatto i conti dice che dobbiamo evitare di estrarre l’82% del carbone, il 49% del gas naturale e il 33% del petrolio che già sappiamo di avere.

Spesso questi accordi internazionali sono percepiti come qualcosa che va ben al di sopra delle nostre teste, qualcosa che attiene all’oscuro lavoro notturno di una banda di burocrati che ha poche connessioni con la realtà. Se vogliamo dare più forza a questo accordo quale migliore occasione di un referendum popolare? È vero che il quesito riguarda una questione tutto sommato marginale, ma è una questione che inevitabilmente è inquadrata in un contesto più ampio. In pratica abbiamo l’occasione di guardarci negli occhi e impegnarci reciprocamente a fare quello che serve per migliorare la qualità della vita di tutti. Daremo peraltro più forza al governo nel percorso verso il raggiungimento degli obiettivi per cui si è impegnato a Parigi. Potremmo per una volta dimostrare di essere una comunità capace di prendersi un impegno condiviso facendoci carico tutti assieme delle conseguenze delle nostre scelte.

Ma forse il motivo vero per cui voterò sì alla fine è solo uno. È il fatto che anche io come la contrammiraglio Grace Hopper sono convinto che la frase più pericolosa di tutte sia: abbiamo sempre fatto in questo modo.

 

Fonte: Euractiv.it

Data: Aprile 2016

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