Tutti pazzi per il petrolio libico

Tutti pazzi per il petrolio libico

Mentre la Libia continua a non avere un governo e prosegue la lotta per il potere e il riconoscimento internazionale, il mondo non aspetta altro che le fazioni trovino un accordo per intervenire militarmente: «Non è all’ordine del giorno la missione militare italiana in Libia perché la prima cosa da fare è che ci sia un governo che sia solido, anzi strasolido, e abbia la possibilità di chiamare un intervento della comunità internazionale e non ci faccia rifare gli errori del passato», ha detto Matteo Renzi domenica 6 marzo alla trasmissione televisiva Domenica Live.

Il motivo? Sconfiggere l’Isis, sicuramente. La fine dell’anarchia successiva alla guerra civile e all’intervento militare internazionale del 2011, certo. Ma anche perché gas e petrolio della Libia sono fondamentali per il mercato globale dell’energia.

Non è un mistero che l’economia libica dipenda principalmente dal petrolio, che rappresenta oltre l’85% del suo prodotto interno lordo, così come la quasi totalità delle sue esportazioni. Non solo: è in Libia che si trovano le più vaste riserve petrolifere del continente africano. Peraltro, si tratta di “olio leggero”, pregevole per l’elevata percentuale di frazioni a basso peso molecolare e con buone rese nella produzione dei derivati più pregiati come benzina e diesel. All’estrazione di petrolio si aggiunge quella del gas naturale, che costituisce la seconda maggiore ricchezza del Paese.

Fu quest’abbondanza a permettere a Mu’ammar Gheddafi di trasformare la “Repubblica Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista” da quello che negli anni ’50 era uno dei Paesi più poveri del pianeta al Paese africano con il più alto reddito per abitante, già nel 1977. Gheddafi raccolse i proventi della nazionalizzata industria petrolifera e li reinvestì nell’industria leggera, nell’agricoltura e nella sicurezza sociale, attirando manodopera dalle nazioni vicine e portando così la popolazione da poco più di un milione di abitanti agli attuali 6 milioni e mezzo. Strade, ospedali, acquedotti, industrie e intere città sono sorte accanto agli impianti di estrazione, alle raffinerie ed ai porti da cui partivano le petroliere.

Con la guerra civile culminata nell’eliminazione fisica della “guida della rivoluzione”, il Paese è precipitato nel caos: i lavoratori stranieri sono fuggiti, così come le compagnie petrolifere che avevano stretto rapporti con la Libia. Sono tornate più o meno tutte – dall’italiana Eni, alla francese Total francese, dalla spagnola Repsol spagnola alla tedesca Wintershall, sino all’americana Occidental – ognuna delle quali per ripristinare gli impianti sopravvissuti e proteggerli con proprie forze di sicurezza. La produzione, che aveva superato 1,7 milioni di barili al giorno prima della guerra civile nell’estate del 2011 era scesa sotto i 0,5 per poi risalire a 1,4 prima dell’arrivo del Califfato. Il 7 marzo è tornata ai minimi del 2011.

L’Isis, come aveva già fatto in Siria ed in Iraq, ha approfittato dell’anarchia attraendo alcune delle numerose tribù in lotta fra di loro, offrendo loro il proprio “marchio” e consolidandosi in numerose aree strategiche. Andando da Est ad ovest, in questo momento, le bande in franchising del Califfato hanno il controllo di oltre 200 km di costa dall’estremità orientale di Derna fino alla provincia di Al Bayyadah, di una vasta area nell’entroterra di Benghasi dal quale partono gli attacchi alla città, di quasi 300 km di costa che vanno da Al Sidr fino a 60 km a Est di Sirte – la città dove si trovano i centri nervalgici del Califfato. A queste roccaforti si aggiungono aree isolate, tra cui Sabrata, a ridosso dell’assediata raffineria e terminale petrolifero di Mellitah, dove sono stati rapiti Gino Pollicardo e Stefano Calcagno, i tecnici della Bonatti rapiti otto mesi fa in Libia insieme con altri due colleghi, Salvatore Failla e Fausto Piano che invece sono rimasti uccisi mercoledì 2 marzo.

Per ora i terroristi del califfato non sono in grado di prendere stabilmente il controllo di pozzi, oleodotti, raffinerie o terminali petroliferi. A differenza di quanto avviene fra Iraq e Siria, il loro obiettivo in Libia è quello di distruggere le infrastrutture che costituiscono la ricchezza del Paese per fare collassare entrambe le fazioni governative. Proprio al petrolio sono connesse le uniche due istituzioni riconosciute da tutte le fazioni, peraltro: la National Oil Corporation (l’azienda di Stato libica) e la Central Bank of Libya. La prima, direttamente o attraverso le sue controllate come la Waha Oil Co. la Zuetina Oil Co. e la Arabian Gulf Oil Co., possiede metà dei giacimenti del Paese e gestisce i rapporti con gli operatori e i partner stranieri. La seconda incamera e ridistribuisce le ricchezze accumulate con le esportazioni.

 

Fonte: Linkiesta

Data: Marzo 2016

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