Vegetariano, vegano o “climatarian”?

Vegetariano, vegano o “climatarian”?

Climatarian in italiano non si traduce. La nostra lingua, avida normalmente di termini presi in prestito dall’inglese, stavolta ha fatto spallucce e non si è appropriata di un neologismo estremamente trendy negli Usa e in generale tra gli anglosassoni. Climatarian, appunto, è aggettivo e sostantivo ed indica la dieta pensata per limitare i cambiamenti climatici.

Il vocabolo è già nel Collins ed ha avuto l’onore del titolo nell’elenco delle food words più trendy stilato a fine anno dal New York Times. Accanto al classico vegetariano e all’ortodosso vegano, nel 2015 compare dunque a pieno titolo anche il “climatarian”, colui che guarda innanzi tutto alla carbon footprint degli alimenti.

Le restrizioni del “climatarianismo” riguardano infatti le emissioni di Co2 nella produzione, nel packaging e nella distribuzione dei cibi. Si sceglie in base alla coscienza carbonica. Ben vengano quindi cibi prodotti localmente (per ridurre l’energia spesa nel settore dei trasporti), la scelta di carne di maiale e di pollame, invece che di manzo e di agnello (per limitare le emissioni di gas), e l’utilizzo di ogni parte degli ingredienti (torsoli di mela, croste di formaggio, ecc) per limitare gli scarti, e infine anche meno formaggio, che tra i prodotti caseari è quello con l’impronta più grande.

Fonte: Climates. Dati Environmental Working Group, US, 2011

Fonte: Climates. Dati Environmental Working Group, US, 2011

Nelle indicazioni per i climatarians australiani si indica il limite di 90g al giorno di carne (come da linee guida stilate da Harvard), con l’obiettivo di arrivare a 50g al massimo, per una popolazione che attualmente ne consuma 116g… meglio se di canguro. Considerando l’aumento previsto della popolazione mondiale e il conseguente potenziale aumento di consumo di carne globale, su Behond Meat si legge che “entro il 2050, riducendo il consumo di latticini e carne a livello globale entro il range raccomandato dalle linee guida nutrizionali di Harvard si potrebbero potenzialmente evitare fino a 5,6 Gt di Co2 all’anno”.

Per aiutare la comprensione dei numeri, Less Meat Less Heat twitta in agosto un’infografica esplicativa con l’hashtag #climatarians.

Change your diet

Ma prima che a New York, la parola Climatarian compare a Roma, l’11 settembre scorso, grazie ad un articolo della Thomson Reuters Foundation in cui si discute dell’appuntamento dell’ONU sulla fame del mondo che si sarebbe tenuto di lì a poco: “… ci sono alcuni segnali del fatto che il pubblico stia cominciando a prendere in considerazione le diete sostenibili. C’è l’app EatBy2… e un nuovo social network per aiutare le persone ad adottare una dieta climatarian”. Climates è appunto il social network in questione, che lancia e spinge la “climatarian diet” proponendo anche un ricettario che comprende anche lasagne climate friendly. Tra le leccornie, manca però la super alga dal sapore di bacon, brevetto dell’Oregon State University lanciato in luglio. Il Santo Graal dei frutti di mare – così nella twittosfera – è un’alga rossa che cresce naturalmente e molto rapidamente e “potrebbe servire come fonte eccellente di proteine di origine vegetale”. Fritta, sa proprio di pancetta, assicurano i ricercatori. L’industria internazionale delle alghe (che lavora qualcosa come 25 milioni di tonnellate di alghe raccolte ogni anno in tutto il mondo) ha ovviamente drizzato le orecchie: niente Co2, niente terreno da coltivare, niente acqua dolce da utilizzare. E, oltretutto, un’opera di anti acidificazione degli oceani: le alghe, infatti, hanno la capacità di estrarre Co2 dall’acqua, e quindi abbassarne il pH. Veramente molto climatarian.

Il primo e vero autore del neologismo è però Mike Tidwell, attivista e carnivoro pentito che sostiene già nel 2009: “La fame umana per hamburger, ali di pollo, prosciutto ha trasformato il nostro stomaco in un driver di cambiamenti climatici più grande delle nostre auto”.

“Anche se “climatarian” oggi suona ridicolo – commenta il New York Times dalla Grande Mela – è una buona notizia che una dieta carbonio-cosciente sia abbastanza popolare da meritare un proprio termine”. Giusto. Ma climariano finirà prima o poi anche nel nostro Zingarelli?

 

Fonte: La Stampa

Data: Dicembre 2015

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