La finanza “atomica” specula sull’addio al nucleare

La finanza “atomica” specula sull’addio al nucleare

Non sarà proprio come investire sui derivati del petrolio, del gas o del carbone. Ma quello che sta accadendo nel settore delle utility (nonché delle materie prime che servono alla produzione di energia elettrica) non poteva, prima o poi, non coinvolgere “finanziariamente” anche il nucleare. La rivoluzione energetica in corso, tra il calo della domanda (causato della riduzione della domanda industriale da una parte  e da una maggiore efficienza dall’altra), unita all’inarrestabile aumento delle fonti rinnovabili, non si sta limitando a mettere fuori mercato le centrali elettriche alimentate da fonti “tradizionali”. Ma sta arrivando a coinvolgere anche il business dell’atomo.

Dopo l’incidente di Fukushima, molti paesi europei hanno iniziato a rivedere anche la loro politica nel settore nucleare. L’Italia – dopo il referendum (il secondo dopo quello degli anni Ottanta) – Germania e Svizzera (con una decisione dei rispettivi governi) hanno deciso l’uscita dalla produzione di energia attraverso l’atomo. Ma anche chi si tiene stretti gli impianti, deve cominciare a fare i conti con il cosiddetto “decomissioning” degli impianti, in pratica lo smantellamento e la messa in sicurezza delle centrali nucleari (depositi delle scorie compresi). E deve cominciare a mettere da parte i fondi per tempo, visto che si tratta di operazioni che potrebbero costare anche più di quanto è servito per costruire gli impianti.

Accade così che in Borsa si speculi proprio sulle ricadute dei costi dell’uscita del nucleare. Era già accaduto in precedenza, quando le due principali utility tedesche erano crollate dopo la pubblicazione di un rapporto citato dal settimanale Spiegel: nel documento si sosterrebbe che i 38 miliardi di euro già stanziati dalle società proprietarie di impianti nucleari – la “privata” E.On e la “pubblica” Rwe – non sono sufficienti a garantire la messa in sicurezza di tutti gli impianti esistenti. Ma occorrerebbero altri 30 miliardi per la costruzione di un nuovo deposito per la gestione delle scorie nucleari. Questo avveniva il 15 settembre scorso, causando un ulteriore crollo dei titoli alla Borsa di Francoforte che da lì a pochi giorni hanno toccato in entrambi i casi i minimi storici.

Ma da allora, approfittando anche del generale rimbalzo delle Borse mondiali, le due società hanno recuperato terreno, fino all’exploit dell’altro giorno quando sono stati i titoli migliori del listino di Francoforte, trascinando al rialzo tutto il comparto delle utility in Europa. Sempre grazie a “speculazioni” sul nucleare. Il ministero dell’Economia tedesco ha infatti approvato i risultati degli stress test effettuati da parte del governo sui fondi accantonati dalle due società in merito allo smaltimento definitivo delle scorie nucleari entro il 2022. La somma accantonata sarebbe sufficiente anche per il deposito oltre che per  tutti gli altri costi di uscita dal nucleare.

Così stando le cose, è chiaro che d’ora in poi ogni notizia a riguardo proietterà E.on e Rwe sull’ottovolante delle Borsa.

 

Fonte: La Repubblica

Data: Ottobre 2015

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