La qualità di un Paese si costruisce con buone regole

La qualità di un Paese si costruisce con buone regole

Intervista a Roger Abravanel, Esperto di business dell’energia, di regole e di meritocrazia.

Lei ha scritto due importanti libri, “Meritocrazia” e “Regole”, due concetti che bene si legano al mondo dell’energia. In quest’ottica come interpreta il settore energetico?

Il mio approccio alle regole e alla meritocrazia arriva proprio dal settore dell’energia. In Italia, fondamentalmente, non c’è meritocrazia e non ci sono regole. Questo causa una mancanza di eccellenza nel Paese, perché alla guida dei diversi settori non vi sono le persone eccellenti, coloro che arrivano alla guida di un’industria o di un paese per meriti e rispettando le regole. Se si opera in un contesto dove non c’è il rispetto delle regole, la meritocrazia non può nascere e il risultato è una mancanza di qualità che poi si riflette sull’andamento di un Paese.

Il mio libro “Regole” è nato dall’analisi del settore energetico. Il mondo è cambiato, i servizi e le tecnologie, sempre in continuo mutamento, tendono a far assumere alle regole un ruolo fondamentale, non si può avere evoluzione dei servizi senza regolamentazione e soprattutto senza regulation non è possibile avere qualità. Il mondo oggi va nella direzione di una sempre maggior regolamentazione.

Ma quale nesso c’è tra regole ed esternalità? Abbiamo condotto un’analisi su tre importanti settori in Italia: sanità, energia e ambiente, banche. In questi tre mercati la regulation è fallita e conseguentemente sono entrate in campo le esternalità, che possono essere di due tipi: esternalità locali, che fanno relativamente pochi danni e le esternalità globali con impatti evidenti. Se non c’è il rispetto delle regole le esternalità aumentano il loro impatto. Nel mio libro ho individuato il “ciclo delle regole”, ovvero un processo secondo cui si definisce una regola, la si applica e poi la si corregge. In Italia, purtroppo, non è possibile applicare tale processo, perché a monte non c’è il rispetto delle regole e il settore energetico non è escluso.

Nel 1999 venni chiamato da Franco Tatò, allora presidente dell’Enel, per supportare l’azienda verso il processo di liberalizzazione voluto dal governo. Lavorammo due anni con un team di esperti di alto livello per arrivare alla liberalizzazione del settore attraverso, un processo condiviso. Simultaneamente alla privatizzazione venne creata la Borsa Elettrica, il sistema delle tariffe, l’Authority. Fu un grande lavoro, basato tutto sulla definizione delle regole del sistema, tanto che il Financial Times, citando la Goldman Sachs, scrisse che “lo Stato Italiano ha ottenuto un +10% perché il sistema regolatorio è fair”.

Purtroppo oggi il sistema di regole in Italia non è rispettato, ma non possiamo sottrarci a questo stato di cose, anzi il mondo sarà sempre più regolamentato.

Enel oggi ha deciso la riconversione di 23 centrali termoelettriche del Gruppo in Italia. Cosa ne pensa di tale strategia?

È una strategia meramente economica, non di scelte green. Il costo delle centrali a carbone non è più competitivo. Questa tipologia di centrali non è in grado di sorreggersi economicamente a causa della scarsa convenienza del carbone sul mercato.

In Italia sono state avviate le trivellazioni nel mare adriatico e parallelamente, per la prima volta nella storia, è stato effettuato un taglio retroattivo sugli incentivi alle rinnovabili. Perché le energie verdi sono state così fortemente attaccate dall’attuale governo?

Credo che in tali situazioni ci siano sempre delle lobby che operano. In questo caso la lobby contro le rinnovabili ha avuto terreno facile. Il premier Matteo Renzi, non essendo conoscitore del settore energetico, non è stato sostenuto adeguatamente e in sede elettorale ha preso un impegno con i suoi elettori: ridurre il costo delle bollette elettriche per le piccole e medie imprese. Un impegno assolutamente errato, perché non è la riduzione della bolletta elettrica che rende un’impresa competitiva.

Non è tagliando i costi dell’energia che fai dell’Italia un paese più competitivo sul mercato internazionale. Renzi, una volta eletto, ha dovuto rispettare l’impegno preso in campagna elettorale.

Fare marcia in dietro non sarebbe quindi stato possibile con le conseguenza che tutti conosciamo sul settore delle rinnovabili; anche se in realtà si erano pensate delle possibili soluzioni alternative percorribili, oltre al fatto che il prezzo dell’energia stava comunque scendendo per il declino dei costi del petrolio. In questa situazione il vero problema è legato alla qualità del regolatore del settore energetico. Da un lato possiamo dire che è praticamente sparita l’Authority e dall’altro la qualità dei regolatori all’interno del ministero dello Sviluppo economico che non si sono dimostrati all’altezza. La qualità dei regolatori è fondamentale per lo sviluppo di un Paese e per la sua competitività.

In tutto il mondo chiudono centrali a carbone, le Utility stanno dismettendo impianti. Sembra che nonostante gli attacchi, le esternalità e le regolamentazioni poco efficaci, la tecnologia e l’innovazione alla fine stiano vincendo. Quale è il futuro delle nuove tecnologie?

Per fare innovazione e sviluppare nuove tecnologie è necessario poterle sussidiare. Questo consente di dare avvio a nuovi processi, ma il tema di fondo è capire fino a che punto una nuova tecnologia deve essere sussidiata. Quale tipo di innovazione deve essere aiutata e sostenuta? Fino a che punto?

In questo contesto il regulator si trova a dover gestire un equilibrio delicatissimo tra chi investe, il consumatore e le esternalità. In Paesi in via di sviluppo, ad esempio, il sistema regolatorio è meno strutturato e per tale motivo è più facile che si creino situazioni in cui venga agevolato lo sviluppo delle nuove tecnologie, è l’esempio del fotovoltaico in India o negli Emirati Arabi, ma anche della telefonia in Africa. La regulatory strategy è quindi determinante, è la base per il business. Una buona regolamentazione consente di creare business e gettare le basi per lo sviluppo. Le aziende, se volessero realmente puntare sullo sviluppo del loro mercato, dovrebbero mettere le loro migliori risorse professionali nelle divisioni che hanno a che vedere con il mondo regolatorio, un po’ come aveva fatto Tatò in Enel ai tempi della liberalizzazione del settore energetico. Oggi purtroppo non è così, per questo siamo in una situazione di crisi generalizzata.

 

 

abravanelRoger Abravanel

Nato in Libia, a Tripoli, nel 1946, Roger Abravanel emigra in Italia nel 1963.

Nel 1968 si laurea in ingegneria chimica al Politecnico di Milano, vincendo il premio di “piùgiovane ingegnere d’Italia”. In seguito ha conseguito un Master in Business Administration presso la scuola di gestione d’impresa INSEAD. Abravanel ha lavorato per la società di consulenza McKinsey & Company, diventando direttore nel 1984 e terminando la sua esperienza nel 2006.

Attualmente opera nel settore del private equity svolgendo l’attività di advisor per il fondo di venture capital Wanaka in Israele. Partecipa inoltre ai consigli di amministrazione di Luxottica Group spa, Banca Nazionale del Lavoro spa, Teva Pharmaceutical Industries Ltd e dell’Istituto Italiano di Tecnologia. È presidente dell’Insead Council italiano e nel 2010 è stato selezionato tra i “50 Alumni who changed the world”.

Nel 2008 ha pubblicato libro best-seller “Meritocrazia: Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto”. Nel 2010 ha pubblicato il suo secondo saggio “Regole” con cinque proposte per il miglioramento della capacitàcompetitiva dell’Italia. Dal 2008 è anche editorialista del Corriere della Sera.

 

 



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