Può davvero il mondo convertirsi completamente alle rinnovabili entro il 2050?

Può davvero il mondo convertirsi completamente alle rinnovabili entro il 2050?

Nel 2009, Mark Jacobson, un professore di ingegneria della Stanford University, aveva delineato un piano in cui si ragionava sul modo per ottenere che tutto il mondo – compresi i trasporti, il riscaldamento e l’energia elettrica – potesse utilizzare entro il 2050 solo energia prodotta da eolico, idroelettrico e solare.

Considerato allora radicale, il modello è stato approfondito affinché potesse fornire utili indicazioni ai 139 paesi su cui ragionava. Oggi, lo stesso modello è visto come molto meno estremo di quanto non sembrasse all’inizio. La conversione alle energie rinnovabili non solo elimina la maggior parte delle emissioni di gas a effetto serra ma, secondo Jacobson, potrebbe migliorare notevolmente la salute umana e creare milioni di nuovi posti di lavoro. Per The Globe and Mail, Richard Blackwell ha parlato di recente con Jacobson.

 

Molte persone ritengono che la vostra proposta sia troppo radicale e poco pratica. Lo è?

Credo che in realtà sia oggi diventata una opinione corrente. Alla conferenza di Parigi, i rappresentanti dei vari paesi hanno parlato del 100 per cento di energia rinnovabile. Negli Stati Uniti, i candidati democratici alla presidenza hanno sposato questa indicazione.

La conversione dei trasporti – auto, aerei e altri veicoli – alle rinnovabili risulta la parte più difficile?

Penso che in realtà trasformare i trasporti sia la parte più facile, sopra ogni altra cosa, perché il tempo di rotazione di un veicolo è di solito di circa 15 anni. Il tempo di rotazione di una centrale elettrica è di 30-40 anni. In questo momento, la tecnologia per il trasporto a terra è già pronta… meno per le navi e gli aerei a lunga distanza. Gli aerei sono probabilmente i mezzi di trasporto più difficili su cui intervenire. Tutto il resto si potrebbe trasformare in 15- 20 anni.

Perché non si parla di alcun impianto nucleare nei suoi modelli?

Il nucleare presenta alcuni svantaggi rispetto all’eolico, all’idroelettrico e al solare, e non è necessario. Potrebbe essere migliore rispetto al gas o al carbone, ma risulta ancora produrre da 9 a 25 volte in più per unità di energia prodotta di emissioni di anidride carbonica e di inquinamento atmosferico rispetto all’energia eolica.

Inoltre, l’1,5 per cento di tutti i reattori nucleari costruiti hanno seriamente avuto una fusione del nocciolo. E i paesi hanno sviluppato segretamente armi sotto l’apparenza dei programmi civili. Poi ci sono questioni relative ai rifiuti radioattivi che non hanno ancora trovato soluzione. Inoltre, in questo momento, gli impianti nucleari costano 3-4 volte di più di quelli eolici e da 2 a 3 volte in più rispetto al solare ad alta efficienza. Non c’è davvero alcun vantaggio nell’utilizzarlo.

Alcune persone si oppongono alla produzione di energia idroelettrica a causa dell’impronta di carbonio che viene prodotta con la realizzazione di grandi progetti che “annegano” intere foreste. Questo è davvero un problema?

Nel nostro modello, abbiamo considerato zero nuovi impianti idroelettrici. I calcoli del modello si basano solo sull’idroelettrico già esistente, quindi non c’è nessuna nuova impronta, di nessun tipo.

Che dire delle preoccupazioni in merito ai materiali utilizzati nei pannelli solari e nelle turbine eoliche?

C’è un impatto ambientale per estrarre quei materiali. Ma l’impatto si deve calcolare una sola volta per ciascun dispositivo. Con i combustibili fossili, è necessario continuamente ricorrere alle attività estrattive. L’impronta di un pannello solare è banale rispetto all’impronta dei combustibili fossili.

Come si fa a convincere i paesi che hanno grosse industrie del petrolio e del gas, come ad esempio il Canada, che questo cambiamento è comunque una buona idea?

È una questione di informazioni. Se le persone si rendono conto che convertendo potrebbero fare e risparmiare molti più soldi, allora la transizione viene naturale. Se i benefici sono chiaramente posti e confrontati ai costi, è un gioco da ragazzi per la maggior parte delle persone.

Che dire di tutte le persone impiegate nelle industrie del petrolio e del gas che potrebbero perdere il loro posto di lavoro?

Se si passa alle rinnovabili, si creerebbero 22 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo. Certo, si dovrà pensare a riqualificare alcune persone, forse un sacco di gente dell’industria del petrolio e del gas, ma saranno disponibili posti di lavoro sia nella costruzione sia nel mantenere il funzionamento permanente delle nuove fonti.

È il 2050 ancora una data credibile per raggiungere un tale obiettivo?

Il nostro obiettivo è quello di arrivare all’80 per cento entro il 2030 e al 100 per cento entro il 2050. È certamente tecnicamente ed economicamente possibile. Se poi si tratti di una situazione politicamente gestibile è una questione diversa…

 

Fonte: The Globe and Mail

Data: Febbraio 2016

Leggi l’articolo in inglese


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