Un taglio allo shale oil

Un taglio allo shale oil

di Jacopo Brilli

Saranno gli Usa e non i paesi Opec a ridurre la produzione di petrolio? L’industria dello shale oil ha costi elevati e i piccoli produttori si sono indebitati enormemente per finanziare le campagne di perforazione. Intanto, si pensa a inasprire la legislazione per limitare l’impatto ambientale.

La breve vita dei pozzi

Il taglio della produzione di petrolio, tanto richiesto all’Arabia Saudita, potrebbe arrivare a sorpresa dai produttori Usa di shale oil, messi a dura prova dai prezzi bassi.

Nonostante la presenza di giacimenti in diverse aree del mondo e riserve stimate per 419 milioni di barili, lo shale oil è una realtà produttiva solo in tre paesi: Stati Uniti, Canada e Argentina.

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La produzione Usa si concentra in quattro stati: Texas (zone di Permian e Eagle Ford), North Dakota, Montana (Bakken), Colorado (Niobrara). Presentano tutti alcune caratteristiche comuni ideali per le attività di produzione di shale oil: legislazioni favorevoli alle attività di perforazione e giacimenti posti in aree remote e scarsamente popolate.

La produzione dei pozzi di shale oil declina molto velocemente: la quantità maggiore di idrocarburi viene recuperata generalmente durante i primi due anni e per mantenere costante la produzione quelli esistenti devono essere rimpiazzati continuamente da nuovi pozzi. La produzione di shale oil si basa perciò su un’intensa attività di perforazione (grafico regioni di Permian e di Bakken).

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Produrre shale oil comporta quindi costi molto elevati e un forte impatto ambientale. La vita del giacimento è troppo breve per sostenere a lungo la produzione. Uno studio relativo ai costi di sviluppo dei pozzi nel Bakken pubblicato sull’Oil and Gas Financial Journal di gennaio 2016 indica che la perforazione rappresenta circa un terzo dei costi di produzione. È perciò fondamentale individuare tecniche per allungare la vita produttiva dei giacimenti ed eliminare gli elevati costi di perforazione. La procedura di re-fracturing, che consiste nel rinnovare la fratturazione idraulica in un pozzo già in produzione iniettandovi ad alta pressione acqua e sabbia, sembra essere promettente in termini di resa. Tuttavia, anche il re-fracturing non sembra risolvere la dipendenza dello shale oil dalla perforazione e quindi la sua enorme sensibilità ai cambiamenti di prezzi. Gli studi pubblicati dall’Oil and Gas Financial Journal suggeriscono infatti che le rese del re-fracturing in termini Eur-Estimated Ultimate Recovery siano tali da far sì che il ricorso alla perforazione di nuovi pozzi sia ancora la soluzione preferibile. In altre parole, ogni dollaro speso nel re-fracturing consente una resa assai minore di un dollaro speso per mettere in produzione un pozzo nuovo.

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Tra danni all’ambiente e debiti

L’industria americana dello shale oil ha quindi un limite produttivo preciso né per il momento si vedono all’orizzonte tecnologie in grado di superarlo. I produttori hanno continuato a produrre per tutto il 2015 nonostante i prezzi bassi, dimostrando una resistenza che ha sorpreso molti analisti. Difficile però stabilire se si tratti di capacità di adattamento o di lotta per la sopravvivenza. In attesa di ulteriori dati sulla produttività dei giacimenti, il 2016 darà indicazioni sulla tenuta dell’industria dello shale oil nel suo complesso. Il declino repentino nell’attività di perforazione del 2015 (grafici Bakken e Permian), confermato nei primi mesi del 2016 dai dati diffusi da Baker Hughes (-60 per cento rispetto al febbraio 2015), fornisce un indizio che tagli alla produzione potrebbero arrivare già entro la fine del 2016.

L’industria americana dello shale oil è anche oggetto di iniziative legislative volte a ridurne l’impatto ambientale. Uno studio della US Environmental Protection Agency, commissionato dal Congresso americano e pubblicato nell’agosto del 2015, indica che le attività di fratturazione idraulica potrebbero inquinare le riserve di acqua potabile ed è in corso un dibattito sui provvedimenti da adottare a livello federale e statale.

I piccoli produttori di shale oil si sono indebitati enormemente per finanziare le costose campagne di perforazione degli anni passati e le banche hanno erogato finanziamenti sulla base di aspettative sui prezzi alti che poi sono state disattese. Tre grandi banche americane – Citigroup, WellsFargo e JPMorgan Chase – hanno dichiarato a metà gennaio 2016 che si aspettano perdite dai finanziamenti erogati all’industria energetica e che temono un contagio ad altri settori. Deloitte ha stimato che la metà delle imprese del settore oil & gas Usa potrebbe fallire entro la fine del 2016. Uno studio della società di consulenza Gavin/Solmonese mostra che già nel 2015 i fallimenti delle imprese americane dell’oil&gas erano aumentati del 379 per cento rispetto al 2014.

Il quadro industriale, finanziario e, in prospettiva, legislativo dello shale oil suggerisce dunque che il tanto richiesto taglio della produzione del petrolio potrebbe arrivare non dai paesi Opec o dall’Arabia Saudita, ma dalle sabbie e scisti bituminosi del Nord America. Per il futuro, è auspicabile che lo sviluppo dello shale oil avvenga con maggiore pianificazione e un ricorso al debito più prudente. I rischi di un contagio dovuto all’esposizione delle banche verso questo settore non sono ancora chiari, ma non possono essere esclusi né sottovalutati.

 

Fonte: Lavoce.info

Data: Febbraio 2016

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